sg_12_09
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L‘avrà scritta a mano, ma quei venti minuti di attesa sotto il suo ufficio non mi sono pesati.
Premetto che ogni giorno, dopo avere dato il mio apporto all’entropia dell’umanità, esco dall’ufficio e rifaccio il percorso inverso alla mattina: vado a riprendere Apu al nido, ascolto dalle educatrici cosa ha fatto durante la giornata e memorizzo tutte quelle informazioni in ordine sparso e confuso; col piccolo torniamo a riprendere anche la mamma mentre in macchina gli parlo ma lui mugugna, saluta le vecchine negli autobus o si tocca l’orecchio per ritrovare il sonno. Aspettiamo mamma che ogni giorno finge di sorprendersi: “ah, sei già fuori?”, “Certo, dove vuoi che sia?”. Ed a quel punto si scatena la fantasia della scusa per guadagnare quegli ultimi minuti.

Due minuti che invio solo una mail ed esco”. Sono diventati venti, ma in quei venti minuti Gabriele mi ha fatto ridere a crepapelle, avevo le lacrime agli occhi. Con la sua goffaggine ha preso a fare tutte le moine che facciamo noi per farlo sorridere. La sua risata ha già un effetto contagioso, poi a vederlo così buffo, goffo, divertito e divertente non riuscivo a fermarmi più.

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