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Quando ho iniziato a scrivere questo articolo volevo fare solo qualche cenno alla "work addiction" ed a come questa spirale di dipendenza crei delle false aspettative che finiscano per rovinare la vita familiare, le nostre amicizie e noi stessi. Documentandomi ho trovato delle fonti molto dettagliate e ne è nato un post un pò filosofico ed un pò moralista, ma che secondo me può diventare uno spunto di riflessione per chi vede sempre negli altri la fonte dei propri problemi senza rendersi conto che spesso il proprio malessere è figlio anche, e soprattutto, del proprio comportamento.

La nostra giornata tipo è, nella migliore delle ipotesi, un puzzle. Attività ed impegni si incastrano al minuto ed un semaforo rosso rischia di far saltare l'appuntamento dal dentista. Tra i tanti impegni imposti cerchiamo di incastrare un aperitivo con i colleghi, una partita al calcetto, del tempo per pulire casa, del tempo per gli affetti e del tempo per noi stessi. Questi impegni voluttuari però, spesso, si devono accontentare dei ritagli di tempo o sfruttano il tempo morto di un'altra attività. Un classico, ad esempio, è la telefonata per sentire un amico che finiamo per fare mentre torniamo dal lavoro.

Ci sono quindi delle attività della nostra giornata che dettano legge, e la regina di queste è senza dubbio il lavoro, in funzione del quale finiamo per organizzare tutto il resto. Un appuntamento dall'estetista? Dopo il lavoro. La spesa? Il sabato mattina.

Fatto salvo chi è costretto a "subirlo" e poco o nulla può fare per cambiare la situazione, il lavoro non è più lo strumento che ci consente di essere economicamente indipendenti, ma è diventato uno strumento di affermazione personale, uno status da esibire fieri. Come e quanto il lavoro influenzi la propria vita è sia un fatto caratteriale che un fattore culturale. L'inseguimento del presunto giusto grado di appagamento porta a dedicargli sempre più tempo ed energie e rende miopi alle ripercussioni sull'equilibrio psico-fisico e su quello sociale. Dedicare più tempo al lavoro significa avere meno tempo per fare ciò che ci piace; dedicargli più energie significa svuotare di significato le attività che lo seguiranno, significa arrivare sfiniti a casa e crollare sul divano.

Si finisce per sviluppare una vera e propria dipendenza che rende le persone "work addicted", ossia con malesseri sulla socializzazione per dipendenza da eccesso di lavoro. Perchè? Perchè per alcuni il lavoro rappresenta l'unica soddisfazione con promozioni e riconoscimenti, per altri è la possibilità di scatenare la propria propensione alla supremazia magari servendosi di comportamenti scorretti ed immorali. Per altri invece è un rifugio, come ad esempio per chi scappa da problematiche di tipo affettivo, o rappresenta l'unico modo rimasto per socializzare. Spesso è un mix di tutte queste motivazioni.

Per tutti è un cane che si morde la coda. Si scappa da una relazione problematica con il partner, dalle responsabilità di genitori e ci si rifugia nel lavoro, finendo così per inquinare ancora di più l'ambiente da cui si scappa. Più paradossale è l'esempio di chi, dedicando troppo tempo al lavoro si è tagliato fuori dalla socializzazione e gli resta possibile solo familiarizzare con i colleghi.

Il "workaholic", il dipendente da lavoro, ha sempre bisogno di tenere alta l'adrenalina e questo lo porta a diventare aggressivo con familiari e colleghi; è sempre sicuro di sé, si sente invincibile ma è solo rigido e arido, vuole tenere tutto sotto controllo e diventa finanche irrispettoso della privacy. E' concentrato, quindi, nel successo professionale e non riesce a tenere un confine tra la vita professionale e quella familiare.

Come possiamo accorgerci che siamo entrati nel tunnel della dipendenza? Dei campanelli di allarme ci sono, e dovrebbero suonare quando ci si sente in dovere di sforare ripetutamente il proprio orario di lavoro, quando ci si sente in colpa per essersi assentati per malattia, quando ci si ritrova a cercare soluzioni ai problemi lavorativi anche nei fine settimana, quando ci si addormenta e ci si sveglia pensando al lavoro.

La dipendenza parte con una fase iniziale, si sviluppa nella fase acuta e si consolida nella fase cronica. Nella fase iniziale della dipendenza si lavora di nascosto e si pensa al lavoro anche nel tempo libero, provocando disturbi della concentrazione, ed il corpo comincia a farsi sentire con mal di testa e mal di stomaco. Nella fase acuta ci si tuffa nel lavoro per sfuggire al pensiero e la commiserazione degli altri per il tanto lavoro serve a mitigare i sensi di colpa. Nella fase cronica, infine, il workaholic tratta con molta durezza ed ingiustizia i colleghi che non condividono il suo stile lavorativo e rinuncia completamente alla sua vita privata. Resta attivo solo grazie alla sua attività professionale e per questo se la gestisce in modo tale da non dover smettere mai di lavorare. Per questo motivo i workaholics dormono troppo poco e resistono giorni interi senza chiudere occhio.

La dipendenza da lavoro, come tutte le dipendenze, va curata.

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