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nonpubblicoHo letto qualche giorno fa un articolo di una blogger che, pur dichiarando di non voler giudicare chi decide di non pubblicare online le foto dei propri figli, sciorinava un elenco di motivi per cui è sbagliato, anacronistico e da paranoici pensarla così. I commenti all'articolo si dividevano tra chi in lei vedeva una profetessa e chi, invece, le dava della sciagurata a mettere le foto dei propri figli a disposizione dei pedofili e dei loro pensieri deviati. Quello che è emerge, a leggere tanto il post quanto i commenti, è una cultura molto approssimativa riguardo al trattamento dei contenuti online.

Partiamo subito facendo un minimo di chiarezza su questo argomento. Prendiamo ad esempio Facebook, il social network più diffuso, che per tranquillizzarci dichiara subito che restiamo i titolari del copyright dei contenuti che pubblichiamo e che concediamo a Facebook (solo) una licenza "non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo". In pratica, se pubblichiamo una foto sul nostro profilo loro sono liberi di utilizzarla come vogliono, compreso venderla e farne soldi senza nemmeno che ce lo debbano venire a chiedere. Questa licenza finisce nel momento in cui cancelliamo la foto o il profilo se la foto non è stata condivisa con altri, altrimenti resta valida fino a che tutti quelli con cui è stata condivisa non l'avranno cancellata.

Chi non immaginava questo, di certo non immagina nemmeno che quando utilizziamo un servizio come GMail o Google+ concediamo "a Google (e ai partner con cui collaboriamo) una licenza globale per utilizzare, ospitare, memorizzare, riprodurre, modificare, creare opere derivate (come quelle derivanti da traduzioni, adattamenti o altre modifiche apportate in modo tale che i contenuti funzionino al meglio con i nostri Servizi), comunicare, pubblicare, eseguire pubblicamente, visualizzare pubblicamente e distribuire i suddetti contenuti". E, a differenza di quella descritta prima, "questa licenza permane anche se l'utente smette di utilizzare i nostri Servizi".

E' opportuno quindi rivedere l'idea che rimuovere una foto diventata col tempo "sgradita" sia facile e immediato.

Tutto ciò che pubblichiamo aiuta gli altri a farsi un'idea di quello che siamo, di quello che facciamo, delle idee e dei gusti che abbiamo... Per dirla in due parole, creiamo la nostra "identità digitale". Pubblicando contenuti dei nostri figli stiamo dando vita, in maniera conscia o meno, anche alla loro identità digitale. Agli occhi di chi non lo guarda con l'amore di un genitore, di un nonno, di una zia o di un amico, l'immagine che ne viene fuori nel tempo potrebbe non essere proprio quella che avevamo in mente vogliamo e come la vediamo noi. E se lui con lo sviluppo della propria personalità rifiutasse quell'immagine che gli abbiamo creato? Pensate al bambino nella foto: se un giorno dovesse dargli fastidio l'accostamento con l'alcool? Far sparire quelle tracce potrebbe essere arduo, se non impossibile, ed avremmo compromesso la sua "reputazione digitale".

Tralascio l'opzione pedofili (peste li colga, ora, subito, in ogni angolo del mondo), ma solo perchè mi viene difficile pensare che vadano a fantasticare con una foto su Facebook quando ci sono siti che gli offrono, senza doverli nemmeno cercare, milioni di byte per assencodare il loro maledetto e vergognoso prurito.

Di qui la scelta personale di non pubblicare foto sui social network ma di lasciare a lui tutti gli elementi ed i mezzi per definirla.

Ma come conciliare questa tutela con l'esigenza di chi vive lontano di ricevere qualche scatto dei progressi, del primo dentino, del primo giorno di materna? Semplice, basta non concedere ad altri diritti sulle proprie foto e cercare di fare in modo che i propri scatti non prendano il largo sulla rete ad esempio perchè indicizzati dai motori di ricerca. Premesso che quando si scatta una foto ci si assume il rischio di perderla, anche fisicamente, ad esempio smarrendo lo smartphone o la macchina fotografica, ci sono soluzioni per fare in modo che questo rischio sia contenuto e circoscritto. Ad esempio pubblicando le foto in una sezione privata del proprio sito o blog personale e fornendo le credenziali per l'accesso solo alle persone di cui ci fidiamo. Certo, è meno intuitivo che pubblicare foto su Facebook, ma è certamente più sicuro. Un modo più semplice e più a portata di tutti è quello di creare un gruppo con una app di messaggistica istantanea, es. WhatsApp. Anche qui i contenuti non "dovrebbero" correre rischi e sono recapitati solo alle persone che fanno parte del gruppo. Se poi queste inoltrano in maniera compulsiva e senza il vostro permesso vuole dire che avete fatto male a scegliere.
In realtà dovremmo chiederci se quando fotografiamo un nostro bimbo lo facciamo davvero per fermare un'emozione o lo facciamo solo per l'egoistica voglia di superare il record che abbiamo di "Mi piace". Il modo per rendere immortale un'emozione è vivere il momento e noi, presi dalla mania di scattare foto, corriamo il rischio di avere tanti ricordi anonimi memorizzati su una scheda di memoria (in cui non siete presenti perchè siete dal lato sbagliato della macchina fotografica) e pochi ricordi emozionanti fissati nella nostra testa. Personalmente, quando ce n'è la possibilità, lascio che a scattare le foto siano persone meno coinvolte emotivamente nell'evento (compleanno, festa...) e preferisco godermi quei momenti che non sono replicabili rimandando la mia passione per la fotografia a momenti meno speciali.

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